Buone ragioni per restare in vita: il libro di Anna Savini

Anna Savini è una giornalista del quotidiano La Provincia di Como che un giorno di qualche mese fa ha scoperto di avere un tumore al seno. La sua esperienza tra ansia, paura e speranza è diventata un libro. “Buone ragioni per restare in vita” è stato pubblicato da Mondadori e secondo Mariella Debernardi, che lo ha recensito per “Foglie”, è una lettura più che consigliata. Leggiamo le sue parole.

Se è vero che la lettura è terapeutica, allora Anna Savini è un medico. Non del corpo, ma della mente, della speranza; per la capacità di sorridere, di sdrammatizzare; perché sa raccontare per condividere, per insegnare, per indicare una strada quando la malattia stravolge la quotidianità. “Il tumore viene agli altri, mica a me. E invece, no”. Con questo sottotitolo si apre “Buone ragioni per restare in vita”, l’autobiografia della giovane giornalista di Como che un giorno si scopre una pallina al seno. La sua reazione è diversa da quella che hanno raccontato tanti altri malati in libri, racconti, poesie. Scrive: “Mi guardano tutti come se avessi la peste e una data di scadenza sulla fronte. Ma poi mi dicono: ‘Non si preoccupi. Guarirà’. Sono malata, non stupida. Sono preoccupata di quel che mi succederà mentre tenteranno di guarirmi.”

Così trova un escamotage per aiutarsi nei mesi in cui affronta la cura per un tumore che “non era nelle cose da fare prima di morire, come imparare a vivere sul serio; o a cavarmela da sola”. Crea mondi fantastici per proteggersi dalla paura del mondo reale, sogna la sua vita facendo finta di essere chissà chi. Magari una delle sue amiche immaginarie, quelle che prendono un aereo ogni tre giorni, provano discorsi per il premio Oscar, indossano abiti meravigliosi, dormono in grandi alberghi e sono sempre truccate e pettinate.

“Se muoio amen. Ma prima volevo andare a Hollywood”. Invece va in ospedale, in clinica, in laboratori, in un succedersi di giorni contrassegnati dalla chemio che immagina come un lavoro. E ragiona con una sua amica: “Ci sarà un modo per prevenire i tumori, per capire come mai ce l’ho io e altre mille donne che non c’entrano niente con me, che non mangiano come me, che non hanno i miei stessi geni né le mie stesse abitudini e non respirano la stessa aria”. Al che la sua amica le risponde: “Tu non preoccuparti. Pensa a guarire e scrivi. Poi vedrai che con la tua energia se ne andrà anche il tumore. Da solo.”

Anche se è un “fiore schiacciato da un tir”, la giovane donna scrive. Tutto. Con lei si rivivono i lunghi giorni della malattia fino alla pagina in cui si legge: “È stata dura, ma poi tutto passa. E vale la pena di fare fatica perché poi resti in vita e se resti in vita dopo un tumore, trovi molte più ragioni per pensare che è bello vivere. Certo, gli aghi li odio ancora e li odierò sempre. Ma se ce l’ho fatta io, ce la possono fare tutti. Questo è poco ma sicuro.”

Brava, Anna. Per la tua leggerezza e per la tua profondità. Per la tua simpatia e per le tue debolezze. Per la tua ca- pacità nel narrare ciò che non avresti mai voluto vivere e per la forza che regali a chi ti legge. Anche per la lettera finale in cui scrivi a Brad Pitt. Te lo meriteresti più della bella Angelina, senza dubbio. E infine per le pagine dedi- cate ai ringraziamenti: sono una prova della tua abilità di sdrammatizzare, di narrare con penna divertente il dolore della vita, quando si è impegnati a scacciare il drago in una lotta dalla quale tu sei uscita vincente.